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	<title>Attività &#8211; Biblioteca Statale Monumento Nazionale di Farfa</title>
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	<title>Attività &#8211; Biblioteca Statale Monumento Nazionale di Farfa</title>
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		<title>Il Manoscritto: nella Sala Espositiva, sita al piano terra della Biblioteca di Farfa, è possibile ammirare alcuni dei manoscritti medievali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2009 07:19:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il Manoscritto La scrittura è stata affidata nella storia a tanti e diversi supporti, dalla pietra al metallo, dal papiro alla pelle animale, alla corteccia dell&#8217;albero. A quest&#8217;ultima, detta in latino codex, risale il termine &#8220;codice&#8221;, con il quale modernamente si denomina il libro manufatto, o manoscritto. Manoscritto può essere il rotolo di papiro (in latino volumen), come il libro pergamenaceo, come, infine, il libro di carta. Nell&#8217;antichità il libro fu papiraceo, ma a causa della deperibilità del supporto scrittorio ben poco di tale antica produzione ci è pervenuto. La grande mole del materiale manoscritto che si è conservata fino ai nostri giorni è invece costituita dai codici pergamenacei (se ne conoscono anche di datati ai secc. IV-V) e dai più tardi cartacei. Il formato (mise en page) è provato che il formato adottato per i manoscritti, unitamente alla cosiddetta mise en page (ovvero l&#8217;impaginazione del testo), seguissero precise norme, legate, a seconda dei tempi, a necessità di ordine ora tecnico, ora economico, ora culturale. Quanto alle ultime due, si può spiegare accennando alla necessità maggiore o minore di sfruttare il supporto, condizionata alle possibilità economiche del momento o della zona geografica dove il manufatto veniva elaborato; a necessità pratiche ed economiche è legata anche la distribuzione del testo, che poteva</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1>Il Manoscritto</h1>
<h3><img decoding="async" class="img_left s300" title="Il Patrimonio manoscritto della Biblioteca di farfa" src="https://www.bibliotecafarfa.it/i/manosc.jpg" alt="Il Patrimonio manoscritto della Biblioteca di farfa" /></h3>
<h5 class="i big">La scrittura è stata affidata nella storia a tanti e diversi supporti, dalla <strong>pietra</strong> al <strong>metallo</strong>, dal <strong>papiro</strong> alla <strong>pelle</strong> animale, alla <strong>corteccia</strong> dell&#8217;albero. A quest&#8217;ultima, detta in latino <strong>codex</strong>, risale il termine &#8220;codice&#8221;, con il quale modernamente si denomina il libro manufatto, o manoscritto.<br />
<strong>Manoscritto</strong> può essere il rotolo di papiro (in latino volumen), come il libro pergamenaceo, come, infine, il libro di carta. Nell&#8217;antichità il libro fu papiraceo, ma a causa della deperibilità del supporto scrittorio ben poco di tale antica produzione ci è pervenuto. La grande mole del materiale manoscritto che si è conservata fino ai nostri giorni è invece costituita dai codici pergamenacei (se ne conoscono anche di datati ai secc. IV-V) e dai più tardi cartacei.</h5>
<h3 class="red">Il formato (mise en page)</h3>
<p>è provato che il formato adottato per i manoscritti, unitamente alla cosiddetta mise en page (ovvero l&#8217;impaginazione del testo), seguissero precise norme, legate, a seconda dei tempi, a necessità di ordine ora tecnico, ora economico, ora culturale. Quanto alle ultime due, si può spiegare accennando alla necessità maggiore o minore di sfruttare il supporto, condizionata alle possibilità economiche del momento o della zona geografica dove il manufatto veniva elaborato; a necessità pratiche ed economiche è legata anche la distribuzione del testo, che poteva essere posto su due colonne o a piena pagina, o, come nel caso dei manoscritti per uso universitario nel tardo medio evo, disposto al centro e contornato da una fitta scrittura che illustrava e glossava i contenuti. Una spiegazione di ordine economico sembra essere plausibile anche per l&#8217;uso delle abbreviazioni grafiche, più o meno usate a seconda dei tempi e dell&#8217;uso del codice (il codice di uso universitario, legato al periodo dei secc. XIV-XV in cui la produzione manoscritta era molto cresciuta, ne ridonda). Ma un elemento che ha condizionato nei secoli l&#8217;adozione di particolari formati del libro e di diverse impaginazioni è stato anche quello culturale: a titolo esemplificativo, così come nelle arti figurative le forme e i soggetti classici sono tornati ciclicamente nella storia ad essere imitati, anche nell&#8217;elaborazione del manoscritto si è appurato come l&#8217;imitazione del modello delle origini (IV-V secolo), o quello risalente alla rinascita carolingia (il &#8220;classico&#8221; medievale), abbiano costituito in molti casi precise scelte di stile, legate alle intenzioni della committenza. L&#8217;imitazione del modello grafico romano o carolingio è un altro aspetto di questi stessi atteggiamenti.</p>
<h3 class="red">La Pergamena</h3>
<p><img decoding="async" class="img_right s300" title="La pergamena" src="https://www.bibliotecafarfa.it/i/pergamena.jpg" alt="La pergamena" /></p>
<p>Tra tutti, il materiale più resistente al tempo e all&#8217;assalto degli animali (microrganismi e macrorganismi), dell&#8217;acqua, del fuoco e di ogni tipo di accidente esterno è la pergamena, come già nel XIII secolo si comprendeva bene, se Federico II nel 1231 vietava di servirsi della carta per i documenti di cancelleria, ai quale in quanto tali era richiesto il requisito della minor deperibilità possibile. L&#8217;uso della pergamena si attestò sin dal secolo IV in area mediterranea e rimase in auge fino al secolo scorso, nonostante l&#8217;introduzione della carta, avviatasi massicciamente in Italia dal secolo XIV in avanti, ma affiancata a lungo dall&#8217;uso del vecchio e collaudato supporto.</p>
<p>La pergamena era normalmente ricavata dal vitello, dalla pecora o dalla capra, attraverso un lungo e laborioso processo, peraltro piuttosto costoso, se si considera inoltre che per realizzare un codice erano necessarie le pelli di diversi animali.</p>
<p>Si conoscono due ricette medievali (secc. VIII e XII) che illustrano il processo di preparazione della pergamena; da esse si deduce come la pelle, una volta staccata dal corpo dell&#8217;animale, si immergesse nel &#8220;calcinaio&#8221; (acqua e calce spenta), dove veniva lasciata per 5 giorni; seguiva la lavorazione del lato pelo con un coltello a lama non tagliente e in seguito, dopo un secondo &#8220;calcinaio&#8221;, la scarnatura, ovvero la lavorazione del lato carne. Immersa una terza volta nel &#8220;calcinaio&#8221;, la pelle veniva infine tesa su un telaio e sottoposta all&#8217;eliminazione definitiva del &#8220;carniccio&#8221; e fatta essiccare. A completare l&#8217;operazione, si levigava infine la superficie con la pietra pomice. Il risultato era più o meno raffinato a seconda della pelle utilizzata, dell&#8217;età dell&#8217;animale e della accuratezza della lavorazione, che nei casi estremi non consente di distinguere il lato pelo dal lato carne; normalmente, tuttavia, il foglio di pergamena presenta il lato carne più chiaro rispetto al lato pelo e spesso è possibile individuare ad occhio nudo i bulbi piliferi sulla superficie quest&#8217;ultimo.</p>
<p>Per la realizzazione di manoscritti si utilizzavano tutte le parti della spoglia (tale è il nome della pelle sottratta all&#8217;animale morto), piuttosto facilmente individuabili ad un&#8217;osservazione attenta.</p>
<p>Particolarmente pregiata era la pergamena &#8220;virginea&#8221;, ovvero quella tratta dal feto dell&#8217;animale o da animali nati morti.</p>
<h2>Gli attrezzi del mestiere ed i colori</h2>
<p>Pochissime sono le fonti per risalire agli strumenti con i quali lavorava il miniatore, le uniche fonti disponibili sono le immagini stesse provenienti dai manoscritti ed ai ricettari, ossia ai manuali per il lavoro del miniatore.Il piu&#8217; celebre è il &#8220;De Arte illuminandi&#8221;, proveniente da un manoscritto napoletano del XIV secolo, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Nel manoscritto,scritto da un anonimo, viene descritta l&#8217;arte e la tecnica della miniatura, la preparazione dei colori artificiali e naturali e le tecniche per applicarli, la composizione delle colle e dei leganti, la realizzazione della foglia d&#8217;oro e del mordente per farla aderire alla pergamena.</p>
<p>Le fonti ci restituiscono un arsenale impressionante: penne, squadre, righe e compassi; stilo di piombo per l&#8217;abbozzo del disegno; mollica di pane e raschietti per cancellare; coltelli per temperare le penne, tagliare le foglie d&#8217;oro e d&#8217;argento, grattare via le polveri dei colori; filtri di tessuto – colatoria – per chiarificare i liquidi o separare i colori da soluzioni depuranti; mortai e pestelli di porfido, di bronzo o d&#8217;oro per la macinazione dei colori minerali; vasi e ampolle di vetro o terracotta, corni di bue, sacchetti di cuoio, gusci di tartaruga o conchiglie, tavolozze.</p>
<h3 class="red">Code di scoiattolo e penne d&#8217;avvoltoio</h3>
<p><img decoding="async" class="img_left s300" title="La miniatura" src="https://www.bibliotecafarfa.it/i/miniatura.jpg" alt="La miniatura" /></p>
<p>I pennelli più adatti alle miniature erano fatti con i peli della coda del vaio o scoiattolo, riuniti e legati in un cannello di penna d&#8217;avvoltoio o d&#8217;oca, di gallina o di colombo, a seconda della grandezza desiderata, a cui si applicava un&#8217;asticciola di legno affusolata e appuntita all&#8217;estremità libera. I peli venivano pareggiati tagliandoli con la forbice o sfregandoli sulla pietra di porfido fino a rendere la punta sottile. Il pennello di setola di porco veniva usato dal miniatore per sbattere o schiumeggiare la chiara d&#8217;uovo. Per lucidare le argentature e le dorature si adoperavano i brunitoi, costruiti montando su impugnature di legno di denti di vari animali, specie carnivori (lupi, cane cinghiale), oppure il diaspro rosso o l&#8217;agata, tagliati a forma di dente, arrotati sulla mola e sfregati con polvere di carbone sulla pietra di porfido. Prima dell&#8217;uso i brunitoi dovevano essere strofinati con un panno per renderli asciutti e caldi, come consiglia Cennino Cennini nel suo Trattato della pittura: &#8220;Togli la tua pietra da brunire e fregatela al petto, o dove hai migliori panni, che non sieno unti. Riscaldala bene&#8221; (Cap. CXXXVIII).</p>
<p>Tutte le ricette, che siano annotate nei margini dei manoscritti o sui fogli di guardia o raccolte più organicamente nei trattati, prestano particolare attenzione ai colori, la cui buona composizione era dunque un&#8217;esigenza primaria per il miniatore, che quasi sempre li preparava da solo e raramente li acquistava, più o meno pronti all&#8217;uso, dall&#8217;apotecario.</p>
<h3 class="red">Colori al fiele</h3>
<p>I colori sono in genere composti da pigmenti uniti leganti. I pigmenti possono essere artificiali, ottenuti per reazioni chimiche, come il cinabro, composto di zolfo e argento vivo (il mercurio), oppure naturali, minerali allo stato puro o estratti vegetali. I minerali – come i lapislazzuli – venivano pestati e ridotti in polvere, quindi decantati in acqua per liberarli dalle impurità e messi a seccare; con i succhi di particolari piante venivano invece imbevute pezzuole di lino lasciate seccare e poi strofinate con il pennello bagnato per stendere il colore.</p>
<p>I pigmenti venivano stemperati con sostanze leganti e agglutinanti: chiara d&#8217;uovo, gomma arabica, colla di pelle o di pergamena. Il De arte illuminandi consiglia una soluzione di gomma arabica, albume e miele &#8220;per lucidare i colori, perchè risplendano come avviene con la vernice sulle tavole&#8221; (cap. XXIX). Il fiele di bue dava vivacità e adesione alle tinte, l&#8217;orina alcalinizzante era usata nell&#8217;estrazione dei colori vegetali, l&#8217;allume di rocca per le lacche. Uno stesso colore si poteva ottenere da sostanze diverse: il blu, per esempio, macinando l&#8217;azzurrite, un minerale estratto soprattutto in Germania (veniva chiamato anche azzurro della Magna), in Tirolo e in Francia meridionale, o il lapislazzuli, ben altrimenti prezioso, che arrivava da un Oriente favoloso, &#8220;de paese de Tartaria&#8221;, &#8220;in le parte de Damasco e in le parte de Cipro&#8221;, e più verosimilmente dalle miniere del Badakshan descritte nel Milione di Marco Polo: &#8220;quivi è una montagna, ove si cava l&#8217;azzurro et è lo migliore e lo più fine del mondo&#8221; (cap. XXXV).</p>
<p>La doratura si otteneva con procedimenti differenti, a foglia o a pennello, o con surrogati dell&#8217;oro. Ricostruire i colori delle miniature attraverso le ricette è difficile e richiede una serie di &#8220;precauzioni&#8221;: tra le pratica quotidiana, i gesti dell&#8217;artista o dell&#8217;artigiano e la loro codificazione scritta si interpongono molti filtri, a partire da quelli legati alla trasmissione stessa del testo che, copiato più volte, modificato e contaminato, va filologicamente ricostruito nella sua struttura originaria. Si sa poi che le strategie operative, i segreti del mestiere, sono affidati in gran parte all&#8217;oralità.</p>
<p><img decoding="async" class="img_left s200" title="Codice miniato - Farfa" src="https://www.bibliotecafarfa.it/i/miniatura2.jpg" alt="Codice miniato - Farfa" /></p>
<h3 class="red">Sangue di drago</h3>
<p>La stessa nomenclatura dei colori è tutt&#8217;altro che canonizzata: le sostanze usate nel corso dei secoli cambiano nome e i nomi cambiano le sostanze. Col termine minium, ad esempio, viene chiamato a volte l&#8217;ossido salino di piombo, quello che ancor oggi si chiama minio, a volte il cinabro, ossia il solfuro di mercurio, e cinabro viene chiamato anche il sangue di drago.</p>
<p>I nomi dei pigmenti non sono mai neutri, anzi spesso ne giustificano l&#8217;uso: è il caso proprio del sangue di drago, che Plinio ritiene una favolosa miscela di sangue di dragone e di elefante. In realtà si tratta di una resina ricavata da una particolare famiglia di palme, ma il plusvalore simbolico e leggendario, oltre alla rarità del pigmento che già nell&#8217;età classica veniva contraffatto, ha sicuramente giocato un ruolo importante per la fortuna del sangue di drago non solo nella tecnica della miniatura ma anche nell&#8217;immaginario collettivo.</p>
<h3 class="red">Il supporto ideale</h3>
<p>La pergamena è un supporto ideale per accogliere le miniature e, anche se la sua preparazione non è un compito specifico del miniatore, egli si preoccupa della qualità delle pelli impiegate, del loro colore – i pittori non usano quasi mai le pelli di montone borgognone perché hanno una tinta irregolare -, dello loro provenienza – un miniatore inglese del XII secolo, Ugo, impiegò nella Bibbia eseguita per l&#8217;abbazia di Bury St. Edmund pelli fatte arrivare appositamente dall&#8217;Irlanda – della loro consistenza – per i manoscritti miniati si preferiscono pelli di vitello o di capra, meno grasse di quelle di pecora – e del loro spessore – in generale la pergamena delle pagine miniate ha non solo una superficie più ruvida per impedire la trasparenza e favorire l&#8217;adesione dei pigmenti, ma è anche notevolmente più spessa. Non è insolito riscontrare, in uno stesso codice, pergamene diverse per le pagine destinate a contenere solo il testo e per quelle decorate, un accorgimento che si è dimostrato dannoso per l&#8217;integrità del manoscritto.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://bibliotecafarfa.cultura.gov.it/esempio-attivita/">Il Manoscritto: nella Sala Espositiva, sita al piano terra della Biblioteca di Farfa, è possibile ammirare alcuni dei manoscritti medievali</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://bibliotecafarfa.cultura.gov.it">Biblioteca Statale Monumento Nazionale di Farfa</a>.</p>
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